Manuale della fantasia · Capitolo 03
Il gioco della fantasia
Le domande restringono il campo e aprono strade inattese. Un esercizio per cambiare prospettiva.

Per me la fantasia è diventata soprattutto un gioco di domande. Le risposte contano, naturalmente, ma senza una domanda non sanno bene dove presentarsi.
Una buona domanda restringe il campo. Potrebbe sembrare un limite; in realtà è un recinto abbastanza piccolo da non perdersi e abbastanza grande da poter correre.
Proviamo con questa:
Di quale materiale potrebbe essere fatto un tavolo?
La prima risposta che mi viene in mente è un tavolo di Parmigiano Reggiano, da cui staccare un pezzetto quando mi viene un languorino. Il problema è che dopo qualche cena il piano comincerebbe a pendere, ma potrei sempre raddrizzarlo mangiando dalla parte più alta.
Poi penso a un tavolo fatto di specchi. Durante le riunioni permetterebbe di sbirciare sotto il mento delle persone. Se ti sembra inutile è perché non hai mai guardato bene sotto il mento delle persone.
Posso allontanarmi ancora un po’ dalla realtà e immaginare un tavolo con il ripiano fatto di vento. Sembra un’idea fenomenale giusto per un istante, poi bisogna passare il resto della giornata a raccogliere i fogli soffiati per terra.
Potrei anche rispondere: un tavolo di amici. Gli amici diventano il materiale: se distesi potrebbero fungere da assi. A chi ne ha tanti suggerisco il progetto “assi nella Manica”, per arrivare in Inghilterra camminando sugli amici senza bagnarsi.
Infine immagino un tavolo fatto di un materiale che si colora di rosso quando la porzione di chi si siede è troppo ambiziosa. Non impedisce di mangiare, naturalmente. Si limita a giudicare.
La domanda mi ha dato un recinto da esplorare. All’inizio sono rimasto al suo interno, cercando materiali veri. Poi ho cominciato ad allargarlo: materiali improbabili, impossibili e infine cose che materiali non sono affatto. Il recinto era ancora lì, ma a quel punto avevo scoperto che si poteva anche scavalcare.
Cambiare la domanda
Fin qui ho cercato risposte diverse alla stessa domanda. Posso anche tenere fermo il tavolo e cambiare ciò che gli chiedo.
- Cosa pensa un tavolo delle sedie che gli stanno sempre intorno?
- Che cosa faceva prima di diventare un tavolo?
- Dove vanno i tavoli quando nessuno li vuole più?
- Perché hanno quattro gambe ma non si muovono?
- Come sceglierebbero le persone con cui cenare, se potessero decidere?
Ogni domanda illumina una parte diversa dello stesso oggetto. La prima trasforma il tavolo in un personaggio; la seconda gli costruisce un passato; la terza immagina la sua fine; la quarta parte da una parola presa alla lettera; l’ultima ribalta il rapporto tra il tavolo e chi lo usa.
Posso scegliere la domanda che apre una direzione interessante e seguirla finché continua a produrre qualcosa. Quando si esaurisce, torno indietro e ne scelgo un’altra: le domande, a differenza dei tavoli di Parmigiano, durano per tutto l’esercizio.
Prova tu
Scegli un oggetto vicino a te e scrivi cinque domande diverse che potresti fargli o farti su di lui. Per il momento dedica tutta l’attenzione a cambiare la domanda.
Quando ne hai cinque, scegli quella che ti incuriosisce di più e prova a trovare almeno tre risposte. Se nessuna ti interessa, inventa domande migliori.
Cominceremo da quella che uso più spesso: Cosa succederebbe se…?