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Passi

Ventottomilasettecentonovantotto
Ventottomilasettecentonovantanove
Ventottomilaottocento.

Si fermò, fece un cenno al suo nuovo collega e premette un pulsante sul contapassi, che lampeggiò confermando la corretta trasmissione dei dati. Il suo primo turno in quel nuovo paese era finito, e mentre faceva gli esercizi per distendere i muscoli delle gambe ripensò al nuovo tragitto appena percorso. Quel senso di smarrimento era ciò che più preferiva del suo lavoro, e visto che in un anno aveva a disposizione solo dodici turni in cui capitava si preoccupava sempre di gustarselo a dovere.

Raggiunse l’alloggio che gli avevano riservato, ora con andatura lentissima ora molto veloce, ma mai regolare. I passi precisi erano l’essenza del suo lavoro, e per accorgersi di essere fuori servizio aveva preso a camminare in modo irregolare, ora veloce, ora lento. Nel tempo aveva scoperto che non era l’unico ad aver adottato quel metodo, e qualche anno prima un collega fuori servizio gli era sbucato davanti da una traversa e si era messo a camminare davanti a lui, senza notarlo. A vederli da fuori si sarebbe assistito ad uno spettacolo insolito: uno – lui – con l’andamento perfettamente regolare, l’altro che accelerava e rallentava, senza ritmo alcuno, seminandolo e poi lasciandosi recuperare. Gli sarebbe piaciuto chiamarlo e scambiarsi con lui un saluto, come fanno gli autisti degli autobus quando si incrociano. Ma nel suo mestiere erano richieste discrezione assoluta e totale abnegazione al compito, senza eccezione alcuna, così accarezzò l’idea ma nulla più.

“Un passo al secondo” era il compito a cui era chiamato, e da anni lo svolgeva otto ore al giorno, tutti i giorni. Senza sbagliare un passo, ovviamente.
«Misurerete l’avanzare del tempo con i passi», gli avevano detto all’ingresso all’Accademia, «e tutti gli orologi saranno sincronizzati con i vostri contapassi». Per cinque anni gli avevano insegnato a fare esattamente quello: mettere un piede davanti all’altro con la frequenza giusta, misurata al millesimo, e poi ancora un passo, altrettanto sincronizzato. Dovevano imparare a farlo quando era caldo e quando per terra c’era la neve, con le ciabatte e con gli scarponi, con i passi lunghi e con quelli brevi, quando erano freschi e quando le gambe non ce la facevano più. Erano in pochi, un gruppetto di persone specializzato nel fare una cosa apparentemente banale, eppure fondamentale per la società. Camminavano il tempo, come si diceva là dentro.
Ed ecco che insieme a due colleghi, uno per turno da otto ore, erano responsabili dello scorrere del tempo in quel paese, e lo sarebbero stati per un mese intero. Poi sarebbero stati mandati chissà dove, sparpagliati per evitare il formarsi di amicizie, e lì avrebbero proseguito il proprio compito. Tra i “misuratori” erano i più fortunati, visto che il tempo era lo stesso in tutte le parti del mondo. Chi si occupava delle pesature, facendo da riferimento per la messa a punto delle bilance, doveva scegliere tra i vari rami: chili o libbre, ad esempio, cosa che limitava il numero di paesi in cui potevano essere impiegati. Per non parlare di chi passava anni per imparare a tenere in bocca esattamente un decilitro – non una goccia di più, non una di meno: ad una persona così non si poteva certo chiedere di ripartire e imparare a trattenere esattamente un’oncia tra le guance. I camminatori del tempo erano quelli che viaggiavano di più. Il motivo per cui si impiegassero uomini per definire continuamente le unità di misura era sconosciuto, l’unica certezza era che non si era sempre fatto così. Tra le reclute circolava la voce che fosse conseguenza della preoccupazione che l’umanità aveva sviluppato nei confronti delle macchine: misurare il mondo era un compito troppo importante per essere delegato.

Il giorno seguente il percorso gli parve già quasi familiare, il terzo avrebbe potuto percorrerlo a memoria. Era però importante attenersi alla cartina che riceveva ogni mattina, tracciata per tenere conto di eventuali ostacoli da evitare – lavori in corso, giorni di mercato, affollamenti del fine settimana – e soprattutto pensata per ridurre il numero di attraversamenti pedonali: fermarsi era impensabile, e quindi ogni tracciato il meno possibile, e a quei pochi sarebbe giunto sincronizzato con il semaforo verde.
Il quinto giorno il percorso fu modificato, non di molto, ma risultando più lungo del precedente. Visto che il tempo in cui doveva percorrerlo era lo stesso - il punto del suo lavoro era proprio quello - nel foglio era indicata la nuova lunghezza dei passi che avrebbe dovuto tenere. Prima di partire fece qualche prova, più per zelo che per necessità, e poi si avviò.
Fu in una delle strade nuove che incontrò una signora, avrà avuto l’età di sua madre, che lo fissò da quando lui era un puntino in avvicinamento a quando sparì dalla sua vista. Sedeva per terra, su un materasso che doveva farle anche da giaciglio. A vederla si sarebbe detta una persona seduta lì da poco, a colpirlo era stata l’intensità con cui aveva guardato. Tra le cose a cui era stato tanto allenato c’era l’essere difficile da notare, e non era dunque abituato ad essere scrutato mentre lavorava.
Il giorno seguente la ritrovò nello stesso punto, seduta sullo stesso materasso. Anche questa volta lo guardò arrivare e poi passare oltre, quasi come se lo stesse aspettando. Possibile?
C’era qualcosa in lei che lo metteva a disagio. Avesse potuto avrebbe preso un’altra strada, e iniziò i turni seguenti sperando gli cambiassero il percorso, o che lei se ne andasse. E invece la signora era sempre lì e lui le passava davanti. Fu all’undicesimo giorno che da lontano notò la presenza di un cartello appoggiato per terra. Era sicuro di trovarci scritta un’elemosina, ma quando fu abbastanza vicino vi lesse la frase: “Possiamo scendere quando vogliamo”.
Passò oltre, ma quelle parole lo accompagnarono per tutto il resto del turno. Valutò l’ipotesi che la signora fosse stata messa lì dai suoi datori di lavoro, per metterlo in difficoltà e assicurarsi che lui rimanesse ligio al codice del mestiere.
L’indomani il cartello era ancora lì, ma la signora era sdraiata, le mani dietro la testa e lo sguardo rivolto verso il cielo. Passò oltre senza ricevere nemmeno un’occhiata. Cominciò a farsi domande, dapprima sulla signora ma un po’ alla volta anche sul proprio lavoro e su se stesso. Cosa sarebbe successo se si fosse fermato? Quali conseguenze avrebbe patito la popolazione? Era stato cresciuto per essere obbediente, non per fare domande e di certo non per trovare risposte, ma ormai quei pensieri erano entrati nella sua testa e la natura ripetitiva del suo lavoro, un passo dopo l’altro sempre uguale, dava loro l’inclinazione necessaria per rotolare verso l’ossessione.

Due giorni prima dello scadere del mese svoltò l’angolo con la certezza di trovarla ancora là e con la speranza di riuscire a incrociare nuovamente il suo sguardo, ma non trovò altro che il materasso. Nell’avvicinarsi si accorse di non sapere cosa pensare: dov’era finita? Stava bene? E perché si era seduta proprio lì?
Passando di fianco al materasso fece una cosa di cui non si sarebbe mai ritenuto capace: si fermò. Rimase fermo ad ascoltare il silenzio lasciato in pace dalla perfetta cadenza dei suoi passi, e si scoprì in attesa di qualcosa, un indizio che testimoniasse il fatto che il camminatore del tempo si fosse fermato. Non accadde nulla.
Si sedette sul materasso, poi ci si sdraiò, a guardare il cielo. Sentì la stranezza di essere un corpo fermo in mezzo a persone che camminano. Si alzò per raggiungere il grande orologio nella piazza principale: le lancette funzionavano regolarmente.
Passò in hotel per prendere qualche moneta, lasciando in stanza il resto delle cose, poi entrò in una cartoleria che aveva notato durante i turni. Comprò un pennarello, mentre i pezzi di cartone glieli regalarono volentieri.
Tornò al materasso, e lì si sedette. Che ore erano? Aveva perso il senso del tempo. Si mise a fissare un punto lontano. Aspettò.