Una bella mattinata

A che cosa assomiglia una bella mattinata? E cosa nasconde?

Una bella mattinata

La sveglia suona, diffondendo una canzone.

“La mia canzone preferita” pensa l’uomo con una certa soddisfazione.

Si alza senza fretta, e senza fretta si prepara per uscire di casa. Al bar la cameriera lo accoglie con un sorriso, e lo invita a sedersi al tavolino fuori.

«È una giornata splendida» gli dice.

Le erano servite tre mattine per imparare le sue preferenze, capuccino e cornetto salato, ben cotto, mentre il cameriere precedente non ci aveva nemmeno provato. “Non sorprende che l’abbiano sostituito” pensa l’uomo mentre con gli occhi chiusi si gode il caldo sul viso, specialmente dove la pelle non è coperta dalla barba. Per fortuna non si era rasato, o non avrebbe colto la differenza.

I rumori della città sono fatti di passi vicini e marmitte poco più lontane, e l’uomo osserva come i suoni di un centro urbano manchino di profondità.

Un vassoio viene appoggiato sul tavolino: cappuccino e cornetto salato, scuro. Ordinare una brioche “ben cotta” era un pretesto, non una preferenza, uno stratagemma che gli permetteva di valutare la perizia di chi lo serviva.

Consumata la colazione concede un’occhiata all’orologio, poi si alza ed entra per pagare.

«Non ci pensare», gli dice la barista, «oggi offro io».

Lui balbetta qualcosa, poi ringrazia e si congeda.

Raggiunge il ponte che è solito attraversare di qua all’andata e di là al ritorno, e dedica una veloce occhiata al rivolo sottostante, oggi quieto e insolitamente pulito.

Lo distrae una notifica sul telefono. È una mail, e il titolo lo avvisa di un bonifico in ingresso. Se ne rallegra, poi cestina la mail senza aprirla.

Percorre le vie scegliendo quelle più strette e meno affollate, fino a trovarsi davanti alla chiesa. Il rumore ovattato dell’organo annuncia la funzione in corso, e l’uomo esita.

Controlla l’orologio e decide di rientrare, così ripercorre la strada all’indietro, attraverso il ponte e fino a casa. Davanti al portone c’è un mazzo di fiori, camelie, i suoi preferiti. C’è un bigliettino, senza mittente e solo tre parole: Grazie per tutto.

In quel momento l’uomo realizza di non avere un vaso in casa, cosa comprensibile dato che non era solito possedere fiori, e sebbene una parte di lui lo spinge ad entrare in casa gli insinua in testa l’idea che sia un delitto sprecare tanta bellezza. “Sarà una cosa veloce”, si dice, e con il mazzo in mano si incammina verso il centro. Lungo la stradina che porta al negozio di casalinghi c’è una banca, e nel vederne l’insegna l’uomo ripensa alla cassiera gentile che qualche giorno prima lo aveva aiutato a compiere un’operazione tanto insolita. Forse un saluto le avrebbe fatto piacere, una scusa come un’altra per interrompere la mattinata alla scrivania.

Guarda il mazzo di camelie e stabilisce che quei fiori lo hanno già reso contento, e che possederli non avrebbe cambiato granché. Donarli alla cassiera, invece, avrebbe cambiato la sua giornata, e a lui avrebbe dato un piacere di riflesso. Si avvicina alla vetrata e guarda dentro: lei è alla postazione, vestita con una ampia camicetta di colore azzurro, come le pareti dell’ufficio, forse chiamata a mimetizzare un corpo di cui non andava fiera. La sua espressione però non è gioiosa come se la ricordava, ma terrorizzata. Ha le mani alzate sopra la testa, e davanti a lei ci sono due tizi mascherati.

Con la coda dell’occhio l’uomo avverte qualcuno che si avvicina, si volta di scatto, e forse reo di avergli puntato contro un mazzo di camelie, riceve una pallottola vicino l’ombelico. Sbatte contro il vetro, e si ritrova con il sedere per terra e una fitta allo stomaco. D’istinto mette le mani sulla ferita, per fermare il sangue che esce, poi le toglie e rimane a guardare la macchia rossa che si allarga, donando alla camicia una tonalità color melograno che in negozio non avrebbe mai scelto, ma che vista così non gli pare affatto male.

Pensa all’ironia del destino, e al fatto che non era così che doveva andare: sarebbe infatti dovuto morire più tardi, dopo pranzo, al termine della succulenta costata che avrebbe cucinato seguendo la ricetta di sua mamma. Aveva passato le ultime due settimane ad allenarsi.

Dopo quella scorpacciata di carne si sarebbe goduto il vino che aveva acquistato per una cifra spropositata, e che era abbastanza sicuro non gli sarebbe nemmeno piaciuto tanto.

Se ne sarebbe andato così, sorseggiando rosso misto ad un veleno rapido reperito non senza fatica, al termine di una bella mattinata.

E poco gli importava che il bonifico se lo fosse disposto da solo, che la colazione offerta fosse il risultato della generosissima mancia del giorno prima, che i fiori fossero quelli che aveva acquistato raccomandandosi moltissimo sulla puntalità della consegna, e che i ringraziamenti anonimi erano il modo in cui aveva scelto di dirsi grazie per il decoroso viaggio compiuto.

Invece di combattere aveva scelto di andarsene, magari non proprio da eroe, ma lucido e in pace. Aveva preparato i minimi particolari, organizzandosi non una giornata perfetta, quella era utopia, ma una mattinata, quella gli pareva alla portata. Che se ne dica, la perfezione si riduce ad una manciata di cose che girano davvero bene, e alla fortuna che nulla giri davvero male.

Ed ecco perché, nonostante il buco in pancia, l’uomo sorride. La morte sarebbe giunta comunque, ma a modo suo. Quando un imprevisto è così in armonia con i nostri piani può davvero definirsi tale?

Con le ultime forze usa la giacca per coprire la ferita: un’ambulanza troppo tempestiva avrebbe vanificato tutto, e poi quando non serve c’è sempre un dottore tra i passanti. Tutto sommato questa uscita di scena era meglio di quanto avesse organizzato: un suicidio per avvelenamento avrebbe forse destato qualche indagine, mentre una pallottola in pancia sarebbe stata archiviata come una tragica fatalità. Grato al fato e al suo assassino, l’uomo osserva i passanti che lo circondano.


«Ambulanza, hanno sparato ad un uomo.»

«È grave?»

«Direi di no: sorride e porge fiori.»